Ciò che sai amare (Dante Maffia)

Ogni volta che leggo un libro di poesia in cui il sentimento, la cultura, l’esperienza, il peso delle letture predilette e la vita nel suo impasto di sogni, di desideri, di menzogne, di cadute e di resurrezioni trovano la parola per sintetizzare il terremoto interiore, sento che i lirici greci restano a irrorare di brezza profumata immagini e parole con la loro sobrietà, il loro accento privo di ampollosità, di retorica, di complessità.

Non significa che il poeta sia debitore a questo lontano passato, ma semplicemente che la poesia,  quando è frutto di luce, riesce a imporre la bellezza, a farla sentire, anche se a volte  è una bellezza legata al dolore, alle delusioni, alle cadute e alle immersioni nell’angoscia.

Basti pensare a Emily Dickinson e a Marina Cvetaeva, visto che il libro in questione è di una poetessa, e diventa quasi facile comprendere che la parola,  quando è sostanziata di vita, compie miracoli e detta, nella più assoluta nudità, l’essenza delle emozioni, fuori dai canoni, lontano dalle mode.

Del resto la lirica è  questa sorpresa senza tempo, questa voce d’incanto che non vuole appigli e ha bisogno di sentirsi libera di acciuffare un colore o un sospiro, un gesto, uno sguardo, riuscendo a stigmatizzare la profondità dei mondi sommersi in ognuno di noi, le valenze irruenti delle emozioni e ad aprire il sipario degli arcobaleni sempre in agguato davanti a chi  sa restare nella concretezza della semplicità, del rapporto diretto col mondo.

Antonella Radogna, con “Ciò che sai amare”, ha scritto un libro con una felicità espressiva di rara efficacia. Senza un solo orpello, senza servirsi di parametri precostituiti. Libera, autentica, utilizzando un vocabolario privo di ricercatezza, tanto da avere l’impressione che siano parole nate nell’istante in cui si leggono, da provare il disagio di non essere pronti a godere della naturalezza, delle “cose” così’ come sono, nel loro principiare, direbbe Rilke.

Non è casuale dunque che io abbia pensato alla Grecia, a quel modo  di esprimersi che non ebbe bisogno di scendere a patti con gli sconcerti della sintassi, della grammatica e del senso. Qui tutto è affidato alla carica  del dettato, alla suggestione della verità che, se offerta senza involucri, riesce sempre a diventare segno tangibile, sostanza che sa cantare e gemere, incidere la carne e l’anima. 

Ormai, grazie (o per colpa) dei cellulari e dei computer sembra che tutti, ma proprio tutti, siano diventati poeti. I messaggini languidi e le banalità, soprattutto sull’Amore, sono il segno di una deriva non facile da arginare, ma la poesia è innanzi  tutto segno di misura, di sintesi, di eleganza, un punteruolo che scava e sembra di non farlo, perché si mostra nella pienezza di un abbacinamento coinvolgente che squarcia i veli del risaputo. Già, sempre per citare Rilke, “i poeti sono api dell’invisibile”, cioè di quei segreti che veleggiano  dentro e attorno a noi e che però non sostano se non siamo in grado di percepirne la smisurata facoltà di lievito che ci viene dato per entrare nel mistero della vita, dell’amore e della morte.

Faccio queste affermazioni perché “Ciò  che sai amare” tratta proprio di questo e lo fa in punta di penna, come se in fondo non stesse affrontando l’argomento più delicato, più profondo e  più pericoloso. La poetessa, si avverte, è transitata per molte letture, ma ha saputo riprendere subito possesso della sua personalità creando un suo mondo e un suo linguaggio in modo che potesse rifulgere con pienezza l’urgenza della sua voce irrobustita via via con gli anni e che adesso ha raggiunto una musica inedita, una qualità espressiva riconoscibile e subito affascinante, tersa e vibrata, densa e contundente.

Se al lettore sembra poco questo raggiungimento vorrà dire che si tratta di lettore alla ricerca della superficie, non della poesia nella sua ampiezza e nella sua portata umana, sociale, ideale e perfino intrisa di dolcezza carnale.

Antonella Radogna ha già dato prova, nei suoi precedenti libri, di una tenuta ferma e di un tono che riesce a  trasmettere anche i riflessi del senso e le scie delle affermazioni. Qui la sua qualità ideale sa entrare con maggiore forza nell’umano e ne sa rilevare gli abbagli e le distorsioni, ma soprattutto la necessità che amare è saper vivere. Lo afferma perfino uno come Ezra Pound, che è come dire che un demone ha sfiorato la santità.

Sono convinto che libri come questo  sono sempre più necessari per uscire dalle frondosità del risaputo, del gratuito, del canonico.

Poesia a tutto tondo, dove le parole non sono soltanto segni dell’alfabeto, ma lacrime, sangue, dolcezza, gioia e sterzata continua per non restare nel guado, per affrontare il divenire con slancio e passione, con la certezza che l’Amore vince sempre, naturalmente se saprai scegliere “Ciò che sai amare”.

(Dante Maffia)