Ho iniziato a leggere le poesie di Antonella un po’di giorni fa, ero sul balcone, sotto c’era la strada vociante e rumorosa, sopra il cielo con tutti i colori che precedono il tramonto e, con grande meraviglia ho scoperto le rondini… tante. Mi sono stupita, e ho pensato che quest’anno non avevo fatto caso alle rondini, non me ne ero accorta… allora ho pensato che non accorgersi delle rondini è sicuramente un fatto grave. Ho subito preso il telefonino e ho scattato due foto e in tutte e due ce n’è una sola una rondine, un bellissimo segno nero nel cielo. Mi sono chiesta sorridendo se quella rondine sia la più libera o la meno libera del gruppo… non lo sapremo mai… ma una cosa ho avvertito: che abbiamo bisogno di poesia, oggi più che mai, solo che molti di noi non sono consapevoli di questo bisogno.
Tornando al libro delle poesie di Antonella, ho ripreso a leggere le sue liriche con lo stesso stato d’animo col quale guardavo il cielo e il volo delle rondini e ho subito pensato che Antonella questo bisogno di poesia lo prova e l’ha provato sicuramente per molto tempo, prima ancora che le sue creature poetiche andassero a segnare di nero, proprio come le rondini, le pagine avorio del suo libro.
Ho immaginato l’autrice chiusa in momenti di silenzio, l’ho immaginata percorrere con calma le strade e i luoghi della sua vita, l’ho immaginata correre con l’affanno, l’ho immaginata nel sonno e in improvvisi risvegli, insomma ho immaginato un lungo patire silenzioso prima del suo approdo a queste pagine.
E questo lungo patire, inteso nel senso più antico del termine, si ritrova in tutte le sue poesie che non sono “cosa facile” e d’altronde l’autrice non vorrebbe mai che fossero “cosa facile”, ma sono il frutto a volte dolce e amaro, di un vivere interiore forte, deciso, con delle geometrie sicuramente intricate, con delle svolte a volte sinuose, a volte nette come precisi tagli in una tela. Capire questi tagli non è facile, ma non è facile nemmeno vivere, sembrano recitarci le sue poesie.
Quando per vita non s’intende la vita di maschere di ogni genere con le quali spesso ci copriamo per mostrarci agli altri e al mondo.
Per vita l’autrice intende quella vera, quella che ci rende esseri con un peso, con mille contenuti spesso nascosti, offuscati o semplicemente ignorati.
Quando per vita l’autrice intende quel miscuglio silenzioso di ogni piccolo ricordo, di ogni piccola luce, una zolla di terra, un’ombra viola, una nuvola nera, una ferita non sanata, una ferita guarita, un respiro, un desiderio, un bisogno d’amore, una ricerca di libertà, non solo per averla davvero, quanto per sentirla perché il tutto sgorga da un “bisogno ineludibile di vita” la stessa vita che spesso ci portiamo semplicemente addosso e appresso, intonandola come qualunque accessorio al colore dell’abito che indossiamo.
E’, la poesia di Antonella, com’è già scritto nella prefazione, una ricerca, quindi, delle vere ragioni dell’umano.
Un viaggio sicuramente. Un viaggio verso paesaggi interiori ed esteriori alla ricerca della bellezza, intesa come terapia.
Alla ricerca dell’innocenza, anch’essa intesa come terapia.
E’ un viaggio in cerca di risposte che valgano per sé e per gli altri attori della scena.
Un viaggio durante il quale lanciare e lasciare messaggi, come le mollichine di Pollicino, perché l’autrice vuole riconoscere e conservare nella memoria le strade già percorse, tanto quanto conoscere le nuove strade, quelle ancora intrise di mistero e d’ignoto, visitate solo nella dimensione del sogno.
Dimensione che, per l’autrice, non corrisponde al contrario di realtà, anzi.
Nei suoi “liquidi” paesaggi interiori ed esteriori, ci sono volti nella nebbia, indefiniti, forse non di donna, forse non di uomo, dice, ma che pure riescono a toccare le corde delle sue interiorità, vale a dire che, non importa se siamo davanti al reale o davanti al sogno, quello che conta è che quel reale, quel sogno, siano capaci di creare “vita”.
Che il tutto di questo “nulla” come lo definisce l’autrice ci dia la certezza che esistiamo per davvero e che ci possa rendere consapevoli come, nel dipinto di Dorian Gray, della nostra identità.
Antonella vuole forse comunicarci che, sapere accettare il segreto che viene dal nulla, ci rende più presenti a noi stessi, amplifica le nostre emozioni e la nostra capacità non solo di provare i sentimenti, ma di Viverli.
Non solo di pensare i nostri pensieri ma di viverli, semplicemente, con estrema sincerità, perché noi, a differenza dei falchi e delle aquile che non hanno bisogno di pensieri, perché hanno le ali, come scrive in una sua poesia…. Noi, umanissimi umani, ne siamo sprovvisti e quindi la nostra libertà e la nostra voglia di vita, Deve necessariamente passare attraverso i nostri pensieri.
Poesie quindi come pensieri, pensieri per accettare la realtà, magari per gustarla, non solo per soffrirla.
Poesie per rappresentare la realtà, e anche per generare delle metamorfosi in questa realtà, attraverso la “riscoperta del senso e del peso delle parole”.
Parole che, nella poetica di Antonella, si muovono come l’acqua, acqua di cielo, di fiumi, di mari, acqua che scorre e abbraccia nel suo scorrere, acqua che non si può fermare, ma che in realtà si ferma anche solo per un istante da qualche parte, acqua senza misura che però proprio in quest’assenza di misura , di confini, di orizzonti, ci fornisce l’idea esatta e palpabile del suo esistere davvero e non per finta.
E’, quindi, sempre la vita che cerca l’autrice. Quella vera che significa realtà, sogno, immaginazione, mistero, sentimenti sparsi in tanti punti del nostro corpo, sentimenti che si muovono non visti nel fiume del nostro sangue, ma che pure sono veri… Esistono! Nonostante, com’è scritto in una lirica, ci siano i burocrati della banalità, pronti a negare questa vita.
Ma l’autrice, nel suo castello di sabbia, è in realtà una creatura forte, capace di contrapporsi a ogni sorta di maschera e anche a questi burocrati di banalità.
L’autrice è capace di creare speranza, dipingere sentieri di luce, ascoltare il silenzio delle solitudini altrui, è capace di pregare, di aspettare la nuova stagione… sicura che verrà.
E’ capace di accogliere le rese e le sconfitte di altri esseri umani e farne Battaglie e guerre da vincere.
Di tutte queste forme d’amore è capace l’autrice e, dopo probabilmente aver vinto innate forme di paura e di pudore, dopo aver elaborato in un lungo percorso, come Penelope alla sua tela, il suo mondo interiore, cerca, attraverso la poesia, un sentiero, un fiume che possa collegare il suo interiore agli altri, a quel mondo esterno che pure è fatto della nostra stessa materia e col quale sentiamo il bisogno di metterci in “compassione”.
La poesia, quindi, come atto di svelamento, di quanto nella quotidianità, è nascosto, soffocato e offuscato. La poesia per portare alla luce anche le situazioni di assenza e di mancanza.
La parola poetica, come scrive BORGNA (psichiatra) che diviene ponte che si collega al dolore, inteso come pathos… come forte sentire.
E la parola poetica di Antonella è davvero particolare, bella ed elegante nella sua nudità.
È, direi, un graffio malinconico, una carezza decisa, un gesto non a caso. Perché l’autrice, che conosce bene il peso delle parole, cerca, con la parola poetica, la strada per raggiungere il fondo della sua introspezione, perché da quel fondo, potrà proporsi agli altri per realizzare con la poesia, come direbbe RESNIK (medico psicanalista) “una continua comunicazione tra scena (se stessi) e spettatore, tra interno (se stessi) ed esterno“.
E lo fa, l’autrice, con uno stile di scrittura che richiama quasi un metodo psicoanalitico.
Il terapeuta parte dal passato, dal profondo, dalle radici che non si vedono ma pure esistono, per capire la superficie. Bella è la metafora dell’albero, usata guarda caso sia da psicanalisti sia da poeti, proprio perché gli alberi hanno questa parte visibile a tutti di rami di foglie di fiori ma hanno una parte sostanziale che è nascosta allo sguardo ma che esiste e dalla quale parte il soffio vitale, e poi c’è il tronco che collega e mette in comunione l’interno con l’esterno, il visibile e il nascosto, la vita delle foglie e quella delle radici, l’acqua della pioggia e la sete della terra.
E allora, per finire, ho immaginato le liriche di Antonella come tanti alberi, alcuni disegnati come nella realtà, con i rami in alto e le radici in basso, altri capovolti con le radici in alto, tutta quella parte di noi che non si vede ma che pure esiste e va raccontata.
Va raccontata scendendo verso il basso e facendola diventare visibile per offrirla agli altri con le mani aperte, come scrive l’autrice.
E solo facendo questo percorso arriveremo al cuore della parola.
E’ forse per costringerci a intraprendere questo percorso che l’autrice ha posto il titolo alla fine di ogni opera?
(Maria Antonietta D’Onofrio
7 giugno 2014)

